venerdì 27 maggio 2016

Sigur Rós - "Ágætis Byrjun" - 1999

"La GRAZIA; più bella ancora che la bellezza." - Jean de la Fontaine

Una creatura dalle peculiarità tanto uniche, come dagli albori sono stati i Sigur Rós, non poteva che essere generata dalle rigide e suggestive terre islandesi.
Venuta al mondo nel 1994, a trent'anni di distanza e nella medesima città (Reykjavík) che accolse la nascita della futura icona nazionale Björk, la band si rende nota al pubblico vendendo circa 300 copie del travagliato esordio "Von" nel 1997.
Trascorrono due primavere ed il quartetto scandinavo si rifà con gli interessi: celato sotto una cover meravigliosamente enigmatica, "Ágætis Byrjun" (QUESTO E' UN BUON INIZIO in lingua madre) è un'opera d'arte con tutti i crismi.
Un liquido dedalo di suoni, sussurri, impennate improvvise, silenzi abissali percorsi da liriche ottimistiche, visionarie e po' ingenue, pensate e scritte da chi è cresciuto lontano dalla logorante frenesia continentale.

Organo, pulsazioni sottomarine, soave rumorismo ed un rullante rispettosamente spazzolato fanno da culla alla voce bianca, fanciullesca del singer Jón Þór "Jónsi" Birgisson in "Svefn-g-englar", che deforma a piacere il tempo, comprimendo dieci minuti celestiali in un'istantanea fase R.E.M. vissuta ad occhi aperti.

"Starálfur" è il sentito omaggio ad un nuovo giorno da parte di un'orchestra da camera naufragata sule coste del Mar di Norvegia, e che da dentro una grotta si esibisce per un'invisibile ed estasiata platea.
Fumosa, dilatata e prossima ad una "forma canzone" compiuta "Flugufrelsarinn" sboccia senza premura alcuna, liberando un refrain che profuma di tutto ciò che c'è di buono al Mondo.

"Apro gli occhi, li pulisco dalle crosticine,
mi allungo e controllo che

tutto sia tornato a posto.
Eppure c'è ancora qualcosa che manca,
qualcosa...come le pareti..."



"Ný batterí" si candida come controparte artica di "Kid A-Amnesiac" dei Radiohead, ma c'è un piccolo particolare di cui tener conto: i due capolavori-gemelli di Yorke&Co vedranno la luce solamente fra un annetto. E allora? Nulla, era solo una semplice constatazione...

Lo space-country (?!?!?!) lunare di "Hjartað hamast (bamm bamm bamm)" cantato in lingua esperanta HOPELANDIC potrebbe anche ricordare certe cose dei Muse, non fosse che nel '99 la band del Devon dovesse ancora pubblicare il primo disco della propria folgorante carriera. E quindi? Di nuovo NULLA. Solo una personale considerazione...

Sono i Pink Floyd la pietra (il macigno? il monolite? la montagna?) di paragone in "Viðrar vel til loftárása" con la chitarra gilmouriana a tessere filamenti madreperlacei, prima che finale il sonico-orchestrale la sparigli dall'idillio precedentemente creato.

La trionfale "Olsen Olsen" pare opera di una fanfara boreale e, tra fiati e grancasse, ci conduce al dondolante carillon della morbida titletrack, delegando all'ambient strumentale di "Avalon" l'incombenza di porre fine a questo onirico viaggio.

"Noi viviamo in un mondo separato
dove non siamo mai invisibili.
La prossima volta avremmo fatto di meglio:
QUESTO E' UN BUON INIZIO..."

Ad occhi aperti o chiusi, in una piovosa serata settembrina, "Ágætis Byrjun" potrebbe rivelarsi il vostro unico e migliore amico...