domenica 29 maggio 2016

Muse - "Showbiz" - 1999

Nel suo piccolo e con le dovute proporzioni l'estate del 2000 fu contraddistinta dal terzo grande dualismo della storia musicale britannica.
Sì sì, lo so, alcuni mi daranno del blasfemo, ma riflettiamo un attimo: l'interminabile (ed ancora attuale) sfida fra Beatles e Rolling Stones e la più fresca diatriba Oasis-Blur rappresentano i due maggiori "conflitti inglesi" e pazienza se nel primo caso il paragone è fra mele e arance, il succo del discorso è decidere da quale parte schierarsi.
Tornando a noi, vi ricordate il periodo in cui il video "Yellow" dei Coldplay se la giocava con quello di "Unintended" dei Muse per un posto nell'empireo di MTV?
Chi come il sottoscritto viveva la propria gioventù o post-adolescenza forse abbozzerà un sorriso nostalgico rievocando nella propria mente quella stagione.

Entrambi si affacciavano con timida sicurezza ad un mainstream boccheggiante ed ambedue centravano il bersaglio grosso al primo tentativo.
Il trio del Devon in particolare, forte del suo Rock in bilico fra passato e futuro, non faticò ad imporsi celermente su scala globale.

"Showbiz" è attraversato da scosse di elettricità statica e forza opposte che si (e ci) attraggono inesorabilmente.
Tutto ciò è palpabile sin dall'iniziale "Sunburn" dove un intrepido pianoforte ed un utilizzo dosato dell'elettronica aiutano il potente refrain a librarsi in volo e in una "Muscle Museum" dall'ipnotico giro di basso e dai saliscendi ad alta quota dettati dall'ugola di Matt Bellamy. Eccellente.

"Riesci a vedere che ho bisogno
cominciando per molto di più
di quello che mi potrai mai dare."


"Fillip" è terremotante, elastica e presenta un curioso intermezzo simil-psichedelico prima della rasoiata finale, mentre lo spirito di Jeff Buckley viene rispettosamente rievocato con la trasognata "Falling Down".

La titletrack "Showbiz", preceduta dalla piacevole "Cave", è burrascosa, profonda, irrequieta e denota un affiatamento pressoché totale da parte dei tre che si esprimono ben al di sopra delle aspettative che solitamente si ripongono in una band al debutto.

E' puro incanto invece la sopracitata "Unintended"; arpeggio di chitarra classica, elettronica atmosferica e sezione ritmica s'inginocchiano a capo chino dinanzi ad un falsetto che è distillato d'anima incontaminato.

"Sarò lì appena potrò
ma sono occupato a riparare i cocci
della vita che avevo prima.
Prima di te."


Giusto il tempo di smaltire l'imbambolamento ed è il tango (!!!) straziato di "Uno" a ricondurci verso la coriacea realtà della scintillante "Sober" che, a sua volta, precede una "Escape" carezzevole ed ariosa.

"Overdue" odora vagamente di filler, ma è l'unico mezzo passo falso in un platter altrimenti ineccepibile che si conclude col gioco di consistenze della strutturata "Hate This & I'll Love You".

Negli anni a venire faranno incetta di premi, riconoscimenti e dischi di platino, ma tutto ebbe inizio da qui, dal primo tentativo di una delle pochissime bands in grado di emergere nel desolante panorama del XXI secolo.

Dunque: Coldplay o Muse???
Io la mia risposta ve l'ho già data...