venerdì 10 giugno 2016

The Mars Volta - "Frances the Mute" - 2005

Serata estiva, avete bevuto e/o fumato, a terra giace il cadavere di una boccetta di Valium e vi prende quello scazzo che vi tiene svegli e imparanoiati.
Se non sapete di cosa vado blaterando tanto meglio per voi; diversamente è palese che vi trovate impantanati in una simpatica crisi depressiva.
Ora, sono tre le opzioni di cui disponete:
1- Perseverare nell'abuso di alcool fino all'ineluttabile oblio etilico.
2- Impegolarvi nello zapping più spudorato, finché non provate la sensazione di avere del tabasco sotto le palpebre.
3- Barcollare verso lo stereo e fare partire "Frances The Mute".


Attorno alla costola più sperimentale degli At The Drive-In si formano e crescono a dismisura i The Mars Volta.
Da El Paso (Texas), Omar Rodriguez-Lopez e Cedric Bixler Zavala maneggiano la musica come fosse un corpo gassoso.
Eclettismo e assoluta riluttanza verso la forma canzone sono i tratti distintivi di un rock psichedelico e progressivo dal fascino calamitante.
I testi trasudano poesia allucinogena e leggenda narra siano ispirati ad un diario ritrovato casualmente a bordo di un'auto.
Spagnolo ed inglese si mescolano così omogeneamente da arrivarci come un unico idioma, mentre Zavala, un Robert Plant in overdose da Ritalin, Codeina e Chewin-Gum, ci traghetta attraverso i meandri di un concept fumoso e criptico.

"La prese per le caviglie, sviscerata dall'ombelico, sì sviscerata e depravata, legò una corda attorno alle sue gambe e la lasciò sospesa per 7 giorni."

"E quando Miranda ha cantato, tutti sono andati via, abituati al nodo scorsoio al quale obbediscono."

"Lui ha ansimanti polmoni neri, composti da spicchi frantumati di cocci."

Le tessiture sonore su cui galleggia questo splendore non sono meno intricate; i richiami a Pink Floyd, Led Zeppelin, Velvet Underground, ai Byrds di "Fifth Dimensions", al free jazz, all'elettronica tramite loops e, a tratti, a certa ambient rumoristica, creano un quadro sorprendente e imprevedibile.

Idealmente lo si può suddividere in due porzioni: la prima, più assimilabile, comprende tra le altre "The Widow", ballad sospesa e meravigliosa, le schegge di un alternative rock latineggiante e dal refrain da "bachata oppiacea" di "L'Via L'Viaquez" e la rabbrividente e sintetica "Miranda That Ghost Just Isn't Holy Anymore".
La seconda è invece meno diretta e dedita ad un'improvvisazione sperimentale ed ardita.
Il percorso è tortuoso, ma maledettamente affascinante e, aspetto non secondario, vale lo sforzo profuso per percorrerlo nella sua interezza.

Un disco da ascoltare assolutamente se siete amanti delle bands sopracitate e se avete voglia di andare oltre i soliti schemi triti e ritriti.

In caso contrario c'è sempre Ligabue...